Sarò Papà!

Untitled-3Per anni la psicologia si è occupata solo della diade: madre-bambino, e i papà dove sono? Che ruolo hanno nella vita e nella crescita dei figli? Che ruolo hanno nella famiglia?

Oggi il padre dovrebbe rappresentare: l’uomo domestico, il padre “espressivo” il ponte tra la famiglia e il mondo. Che responsabilità! Basta dire e pensare perciò che i figli sono solo delle madri.

Secondo la visione “classica” diffusa dalla psicoanalisi e rispondente al modello ideale della famiglia moderna-tradizionale, il padre è colui che può mettere fine allo stato di fusione-simbiosi tra il piccolo e la sua mamma, iniziato durante la gravidanza e continuato nel periodo dell’allattamento, e che aiuta il bambino ad emanciparsi e diventare progressivamente più autonomo.

Un padre è anche il modello maschile dentro casa, e mentre il figlio maschio trova un modello che funge da “io ideale”, la femmina trova un riferimento.

Nella famiglia tradizionale infine il padre è il genitore che esercita l’autorità e che contribuisce alla costruzione del Super io. La madre ha il ruolo di accudimento e soddisfacimento dei bisogni.

 

L’evoluzione della famiglia

La crisi delle diverse istituzioni sociali, in primis della famiglia, causata da un processo di profonde trasformazioni culturali ha reso più difficili le condizioni nelle quali si esplica l’esperienza genitoriale.

Nella famiglia attuale i ruoli genitoriali hanno subito notevoli cambiamenti e sono diversi ma non devono perdere la loro complementarietà per favorire la crescita dei figli.

Attraverso il lavoro extra domestico la donna rivendica l’autonomia economica e gestionale della famiglia e i padri con la nascita dei figli rivendicano il loro investimento affettivo. Oggi si trovano sempre più spesso a privilegiare il rapporto con i figli e a costruire una relazione autentica, ed esercitano meno l’autorità. Il potere dell’autorità è sostituito con il potere dell’amore. Il modello tradizionale di “virilità” è in crisi e questo consente all’uomo di esprimere i suoi sentimenti e di divenire più “espressivo” nella relazione.

Per realizzare un’unione in cui l’amore non sia soffocante e l’autonomia non crei separazione bisogna saper trovare il giusto equilibrio tra opposte esigenze: ognuno rinuncia a “controllare” l’altro e riconosce la necessità di confini psicologici tra le persone.

In questo il ruolo paterno si esplica e si sviscera maggiormente oggi.

Però ha senso parlare di ruolo paterno/materno, se entrambi i leader sono “espressivi”?

Molti ritengono che i problemi delle nuove generazioni e la loro difficoltà nei confronti della interiorizzazione delle regole, che a volte sfocia in comportamenti devianti, siano legati all’ assenza di autorità in famiglia, ma siete proprio sicuri che non si possa trasmettere la regola e il suo valore e si suo rispetto anche senza confondere autorità con autoritarismo?

Ai bambini serve la regola, perché dà loro sicurezza che i genitori hanno il controllo della situazione e sanno operare delle scelte rispetto al loro bene, in adolescenza poi contesteranno le regole ma hanno bisogno di qualcuno che li regga nel contraddittorio.

L’esercizio dei no che aiutano a crescere dovrebbe essere esercitato da entrambi i genitori, concordando tra loro la condotta con i figli e adottando una tendenza e un comportamento comune o similare nelle varie situazioni.

 

La visione triadica secondo la psicoterapia della Gestalt

Negli anni ’80 il gruppo di Losanna, coordinato da Fivaz-Depeursinge e Corboz-Warney (1993), introduce il concetto di “Triangolo primario”,  partendo dal presupposto che per studiare la famiglia non si possono considerare solo le sue componenti diadiche: questo ha creato una rivoluzione che ha permesso di spostare l’attenzione dallo studio esclusivo del rapporto madre-bambino, ipotizzando l’esistenza di una triangolazione primaria alla base della comunicazione che il bambino rivolge ai genitori dai primi mesi di vita.

Si cominciò così ad osservare la famiglia in un’ottica triadica, attraverso lo studio dell’interazione di tutte le diadi che compongono la triade padre, madre e bambino. Il focus è stata la valutazione delle alleanze familiari da cui si è evinta l’importanza che i tre partner giochino sempre insieme.

Secondo la psicoterapia della Gestalt non solo il padre determina la relazione madre-bambino come terzo: infatti, non potrà esistere quella madre di quel bambino senza quel padre e la relazione madre-bambino non è solo influenzata dalla presenza del padre ma è colma della funzione paterna.

Grazie a questo studio la funzione paterna trova la sua piena espressione solo se la cornice di riferimento è triadica e non è più in secondo piano rispetto a quella materna.

(“Il triangolo primario” di Fivaz Depeursinge E., Corboz-Warney A., 2000)

 

Quest’ottica triadica della famiglia è stata poi ampliata dalla visione trigenerazionale dell’orientamento sistemico-relazionale e familiare che caratterizza il nostro centro che pone l’accento sulla famiglia, i suoi membri e suoi ruoli.

 

I nuovi padri: i padri giocosi e i padri accudenti (Maggioni G, 2000)

La funzione paterna si esplica oggi nella sua maggior presenza nella vita quotidiana dei figli: la figura viene permeata di una funzione affettiva e il padre diventa un compagno di gioco. Questa funzione ludica è la strategia migliore nel caso in cui i bambini sono piccoli mentre gli adolescenti hanno un bisogno maggiore di un padre-guida, a differenza del passato in cui il padre non era molto presente nelle prime fasi di vita dei bambini. Il rischio è che se oggi il padre si sente tale solo nella funzione di compagno di giochi, viene a mancare tutta la sua fondamentale funzione di rottura della diade madre-bambino.

La vera novità rispetto al passato sono i “padri accudenti” che partecipano direttamente all’accudimento primario dei figli: è stato anche utilizzato il termine “padre-materno” in grado di espletare le cure come la madre.

 

Un altro concetto da tenere in considerazione nella famiglia d’oggi è quello di “padre-assente”: si tratta di padri separati, divorziati o non coniugati. Inoltre, nonostante sia sempre più diffusa la sensazione di una maggior presenza paterna in famiglia, d’altra parte la paternità è limitata da due fattori oggettivi demografici: vi è un calo delle nascite e un maggior numero di rotture familiari.

Inoltre, emerge la sempre più comune scelta individuale di non sposarsi. Di fronte a questo fenomeno di deistituzionalizzazione della famiglia ci troviamo di fronte a sempre più unioni di fatto, che indeboliscono il rapporto tra padre e figli: i matrimoni finiscono prima, spesso i figli sono ancora molto piccoli nel momento della separazione e le donne hanno sempre maggior diritti sui figli dopo la stessa. In genere i figli dopo le separazioni rimangono per la maggioranza dei casi a vivere dalla madre con incontri sempre più diradati con gli stessi padri se non inesistenti.

 

Quale sarà la nuova identità paterna?

La transazione verso una nuova identità paterna presuppone che i padri affrontino dei nodi critici che riguardano il rapporto con i propri padri, il rapporto con le proprie partner e infine il rapporto con i propri figli. La nuova paternità non dovrà solamente opporsi al modello tradizionale, ma dovrà valorizzarne gli aspetti positivi e soprattutto dovrà riconoscere il valore della maternità, apprendendo dalle proprie partner che oggi stanno gestendo il doppio ruolo di genitore e lavoratore.

Il nuovo modello di paternità sarà quindi un connubio tra il padre tradizionale, il padre presente e il padre ludico.

 

Essere padre… da quando inizia la paternità?

La paternità inizia come per le donne dal concepimento del figlio. Tra sorpresa e stupore se un figlio è desiderato, anche per l’uomo è una grande gioia. Il padre comincia a fantasticare sul feto fin dal suo concepimento nell’utero della compagna, e anche lui avrà in mente un bambino “ideale” da amare e che spesso sarà diverso nella realtà.

La fatica più grande che si fa è proprio dire di no al proprio frugoletto, gracile e indifeso, e questo spesso è più vero per i maschi, i padri che si documentano sempre di più sull’infanzia e si muovono tra la difficoltà del ruolo che assumono e il rispetto della personalità del bambino.

Il padre sarà più preparato all’avvento se partecipa alla gravidanza della compagna, se si rende partecipe delle fantasie materne e delle paure legate alla genitorialità.

Non dovrà essere costretto a partecipare al parto se non se la sente, ma potrebbe essere un’esperienza unica, se tollerabile e voluta dall’uomo-partner.

Vivere in due la gravidanza aiuta la coppia a metabolizzare meglio l’arrivo del nuovo nato e a creare per lui lo spazio giusto, poiché la diade di coppia si trasforma in triangolo, cambiano le dinamiche e la coppia può rischiare il suo equilibrio.

Successivamente il padre dovrà essere reso sempre più partecipe delle tappe evolutive della vita di suo figlio, questo dipende molto dalla capacità della compagna di coinvolgerlo empaticamente, anche se all’inizio sembrerà maldestro o incapace, se amorevole imparerà e si rivelerà un valido aiuto.

Quando i figli poi crescono hanno ancora più bisogno di entrambi i genitori, per confrontarsi con il mondo e le differenze di genere: maschile e femminile, che vivono attraverso le esperienze quotidiane e relazionali.

A tutti i padri del mondo, auguro buona paternità, ricordandovi che un figlio è un dono e una grossa responsabilità.

Donne smettete di lamentarvi poi se siete sole e per prime non avete coinvolto il vostro partner, quell’accudimento esclusivo ed apprensivo, nuoce ai vostri figli.

 

L’importanza del padre nello sviluppo psicologico dei figli

Vediamo nello specifico cosa accade al bambino nelle diverse fasce d’età, tenendo presente che la presenza del padre come esterno alla diade madre-bambino favorisce la buona riuscita della simbiosi e ne prefigura il superamento.

  • Dal terzo al decimo mese: il bambino è ancora in uno status di fusione ma comincia gradualmente a sentirsi un’unità distinta dalla madre.
  • Dai dieci mesi ai 3 anni: verso l’anno e mezzo il bambino comincerà a diventare un entità separata, spostando lo sguardo dalla madre al padre e costruendo una relazione diversa rispetto a quella con la madre: per il bambino è la prima forma di amore per il maschile, un amore per identificazione. Il bambino comincerà ad uscire dalla passività fino a raggiungere il processo di separazione-individuazione, fondamentale per la propria identità sessuale
  • Dai 5 ai 10 anni: il padre favorirà questo processo introducendolo alla socializzazione. Questa fase viene detta fase di latenza ed è la fase in cui l’attenzione viene spostata dalla famiglia alla società.

 

Nel padre il bambino incontrerà il punto di riferimento per il proprio agire e il proprio giudizio, aiutandolo a sviluppare due funzioni psichiche fondamentali.

La funzione di proibizione (quello che dovrei essere) consiste nella formazione di una coscienza morale, attraverso l’interiorizzazione tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato: verso gli 8-9 anni il padre stabilisce per il figlio il bene e il male.

La funzione di aspirazione (quello che vorrei essere) porta a superare quelle limitazioni intellettuali ed emotive che legano i figli alle famiglie: i figli per sapere quello che vogliono veramente devono aprirsi alla cultura e alla società.

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