LA TRISTEZZA: IMPARARE A RICONOSCERLA PER NON TEMERLA

Dopo aver presentato precedentemente molte emozioni, è arrivato il momento di concentrarsi anche sulla tristezza, emozione che tutti conosciamo e che da sempre è soggetto di studio, tendenzialmente con lo scopo di liberarcene.

 “Gli esseri umani hanno una vasta varietà di risposte emotive che si sono evolute nel corso dei secoli: una ragione ci sarà! Dobbiamo imparare ad accettare che anche le componenti negative, le emozioni negative fanno parte della vita e dovrebbero essere accettate come tali. La tendenza dei media a mostrare continuamente ed esclusivamente le emozioni positive come le uniche accettabili non fa altro che aumentare la sofferenza, in quanto pone uno standard irraggiungibile, e paradossalmente questo causa maggior frustrazione e disagio.”  (Forgas)                                                                              

La distinzione tra le due principali componenti dell’essere umano, il logos (cioè il raziocinio) e il phatos (cioè l’emotività), è nota dai tempi più antichi; questa dualità ha comportato da subito l’interessamento nel confronto degli stati emotivi, proprio perché, pur non essendo razionali, condizionano la nostra vita.

Che cos’è la tristezza?

La tristezza, come già abbiamo visto nelle rassegne precedenti, fa parte delle emozioni di base, cioè si tratta di una reazione affettiva innata presente in ogni persona, indipendentemente dall’età, il genere e la cultura di appartenenza. La tristezza si presenta a fronte di situazioni negative e, essendo un’emozione basilare, è del tutto normale ed adattiva, poiché ci permette di adattarci alla realtà a fronte di situazioni di disillusione, di perdita, di separazione fisica o psicologica o di fallimenti. La presenza motivata di pensieri e sentimenti negativi, dunque, non dev’essere considerata un elemento disfunzionale o da evitare in assoluto; il problema emerge qualora questi pensieri e sentimenti coinvolgano l’intera realtà del soggetto. La tristezza, dunque, dev’essere accettata e accolta come ogni emozione, purché non sfoci in un vero e proprio stato d’animo negativo.

Tristezza e depressione: conoscerne le differenze

È necessario essere consapevoli del fatto che tristezza e depressione non sono la stessa cosa, non sono sinonimi intercambiabili; infatti, mentre la tristezza indica una semplice emozione, la depressione è uno stato patologico, una malattia, con proprie caratteristiche biochimiche e genetiche. Dunque, la differenza tra tristezza e depressione è quella che intercorre tra un normale stato emozionale e uno stato in cui, invece, le emozioni sono nascoste, al soggetto la vita appare insipida, priva di colorazione tipicamente offerta dagli stati emotivi; tristezza e depressione, non sono parte di uno stesso continuum. La depressione, infatti, essendo una vera e propria malattia necessita di specifiche cure mediche e di supporto psicologico, fattori assolutamente non necessari per la sperimentazione di uno stato di tristezza.

Quando è nata la tristezza?

Anche la tristezza, come le altre emozioni, ha un significato che dev’essere ricercato nella storia dell’umanità; per comprenderlo ci è utile fare riferimento alla teoria di uno degli psicologi dello sviluppo più rappresentativi della seconda metà del ‘900: Bowlby. Questo autore ha sviluppato quella che viene definita “Teoria dell’Attaccamento” all’interno della quale afferma che i neonati, per garantirsi la sopravvivenza, sono spinti a stare in prossimità delle proprie figure genitoriali. All’interno di una relazione sana, il genitore garantisce la sopravvivenza al figlio riconoscendo i suoi bisogni; in quest’ottica, dunque, la tristezza risulta essere un’emozione che permette all’attaccamento tra genitore e bambino di funzionare in modo corretto. Infatti, nel momento in cui il bambino ha bisogno del proprio genitore ma non lo trova, subentra lo stato di tristezza che spinge il bambino a rimediare a tale perdita, dapprima richiamando l’attenzione del genitore stesso attraverso il pianto, in seguito esplorando direttamente l’ambiente alla ricerca del genitore. Questa situazione può essere anche generalizzata alla vita di ogni soggetto: la tristezza è uno stato emotivo che ci spinge a cercare una soluzione.

Quali significati ricopre la tristezza?

Da quanto appena affermato, quindi, ci è possibile capire che anche la tristezza, sebbene sia uno stato emotivo da cui cerchiamo di scappare, ha delle sue funzionalità a livello evolutivo e nella vita quotidiana. Infatti, in una società sempre più caotica, in una vita sempre più piena di impegni, un’emozione come la tristezza ci permette di distoglierci temporaneamente dal mondo esterno per rivolgerci al nostro mondo interno e di occuparci di noi stessi, ci aiuta a capire che stiamo perdendo qualcosa di importante e, qualora sia possibile, ci spinge ad agire con lo scopo di evitare questa perdita, ci mette in comunicazione con gli altri permettendo loro di comprendere il nostro stato o, al contrario, ci consente di sperimentare empatia, comprensione e altruismo. Questa emozione, dunque, ci spinge all’interno del nostro mondo sociale per chiedere aiuto, comportando la comunicazione con gli altri della propria sofferenza, a volte anche senza doverla descrivere a parole.

Conoscere gli effetti della tristezza sul nostro organismo

Sebbene la sperimentazione dell’emozione di tristezza sia del tutto normale, è necessario comprendere quali sono gli effetti di questo stato emotivo sul nostro organismo anche a scopo di comprenderci meglio. Per prima cosa, dev’essere sottolineato il fatto che la tristezza ha un impatto negativo su tutto il corpo, in modo particolare sul sistema immunitario, aumentando il rischio di contrarre determinate malattie, soprattutto infiammatorie. Un altro effetto che si rileva sul corpo è la diminuzione della temperatura corporea e, come conseguenza, una maggior sensibilità al freddo. È nota anche l’influenza che la tristezza può esercitare sull’appetito: in questo caso si riscontrano molte differenze individuali, infatti alcuni soggetti vanno incontro alla perdita di appetito mentre altri al comportamento opposto, a volte andando incontro a veri e propri problemi di peso (e di tutto ciò che ne può derivarne). Sempre su questo livello, inoltre, è possibile notare anche una riduzione della capacità di percepire i sapori dolci, dovuta a una riduzione del numero di recettori del dolce nella lingua, che comporta la sensazione che il cibo sia insipido. Da sottolineare, inoltre, anche l’effetto diretto che la tristezza ha sull’ormone cortisolo e, dunque, sullo stress. Lo stress, a sua volta, determina una diminuzione delle difese immunitarie aumentando il rischio di ammalarsi.

Un altro dato interessante, sebbene possa essere controintuitivo, è quello che riguarda il consumo energetico da parte del cervello; infatti, al contrario di quanto si possa immaginare, il cervello, quando siamo tristi, lavora di più e, di conseguenza, richiede energia in numero maggiore. Basta pensare, infatti, che quando si è tristi si tende a pensare di più, ricordare di più e talvolta quasi non si dorme, comportando una continua attivazione del cervello. A livello ormonale, la tristezza, non ha un riscontro solamente sull’aumento del cortisolo, ma anche sulla diminuzione della serotonina (riconosciuta come ormone della felicità) a medio e lungo termine.

Come affrontare questa emozione: non aver paura di piangere

Non è difficile che lo stato di tristezza induca la sensazione di pianto; la tristezza, infatti, comporta l’accumulo di troppe tensioni che devono essere sfogate in qualche modo. Il pianto ci permette di liberare le nostre emozioni e di rilassarci, a causa di una produzione di endorfine che ci farà sentire maggiormente rilassati. È importante, dunque, a fronte della tristezza, non impegnarsi nel trattenere le lacrime; questo dev’essere tenuto in considerazione soprattutto dagli uomini. Infatti, la cultura all’interno della quale ci troviamo immersi spesso trasmette un ideale di “uomo” come individuo privo di emozioni e soprattutto di debolezze, che deve prendersi carico di sé stesso e degli altri, senza cedere e senza mai piangere. Niente di più sbagliato, uomini o donne, siamo umani e la nostra storia ci insegna l’importanza delle emozioni e della loro espressione nella vita di ogni giorno. Tuttavia, il pianto non è l’unica possibilità che abbiamo a fronte della tristezza: molte persone preferiscono affrontarla con altre azioni che comportano il rilascio di endorfine, quali l’attività fisica o i rapporti sessuali. Quale che sia la soluzione più adatta a voi, ciò che conta è riuscire a riconoscere ed accettare l’importanza di un’emozione come la tristezza, che sebbene possa essere spiacevole, ricopre una funzionalità nella nostra vita.

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