DSA: DIETRO LE DIFFICOLTA’…. UN MONDO DI EMOZIONI!

I disturbi specifici di apprendimento, e in particolare la dislessia, rappresentano argomenti di estrema attualità, ampiamente studiati da vari approcci scientifici. Troppo spesso però se ne parla solo da un punto di vista cognitivo-funzionale, tralasciando l’aspetto emotivo relazionale ed il vissuto quotidiano del bambino. Per capire meglio, proviamo a riflettere: un bambino in età scolare trascorre buona parte della giornata a scuola e una buona parte del tempo rimanente a casa per svolgere i compiti scolastici. Se il disturbo non è stato in precedenza adeguatamente diagnosticato, riconosciuto e dunque compensato, ci sono molte probabilità che il bimbo si trovi in una condizione di disagio, indotta dalla frustrazione dovuta sia alla difficoltà di esecuzione di tali compiti, sia dai continui fallimenti e, nei peggiori dei casi, dai  rimproveri.

Inoltre, accade molto spesso che, a causa di un meccanismo di difesa personale, il bambino tende ad evitare le situazioni che lo mettono in difficoltà e in ansia, cioè, tutte quelle situazioni che richiedono una prestazione scolastica che risulta difficile.

Per queste ragioni è importante valutare il disagio in tutte le sue sfaccettature ed è per questo motivo che l’equipe, designata a fare queste diagnosi e valutazioni, è composta dalla neuropsichiatra infantile, dalla logopedista e dalla psicologa. Il ruolo della psicologa è funzionale a scoprire eventuali forme mascherate di ansia, che possono manifestarsi anche attraverso disturbi psicosomatici. Questo fenomeno si verifica, perché spesso i bambini mettono in atto le strategie più disparate per fronteggiare “l’emergenza scuola” e contenere il proprio disagio:  lamentano dolori somatici quando devono recarsi a scuola, hanno crisi di pianto, rifiutano di svolgere attività che sono per loro fonte di disagio ed umiliazione, risultano aggressivi o molesti nei confronti dei compagni, si distraggono durante la lezione e lo svolgimento dei compiti scolastici, si isolano e cercano di “nascondersi” nel gruppo classe. In generale tendono ad evitare tutte quelle attività che per altri sono semplici e automatiche, ma che per lui rappresentano scogli insormontabili, scogli che non fanno altro che confermare un’immagine di sé svalutata. Questa modalità di “evitamento” varia a seconda del bambino e dunque delle sue caratteristiche.

La complessa interazione tra difficoltà scolastiche e componenti emotive, affettive e relazionali del soggetto può condurre al rafforzamento e alla cronicizzazione dei disturbi presenti. Nel bambino con DSA il fallimento legato all’insuccesso scolastico ricade sulla percezione del Sé. Egli si forma un’idea negativa circa le proprie abilità e la possibilità di riuscita in un ambiente che gli richiede performance al di sopra delle sue capacità. Il più comune e ricorrente sintomo nei bambini e negli adolescenti DSA è un basso livello di autostima. Il funzionamento scolastico infatti, rappresenta uno dei più importanti fattori nel condizionare l’autostima nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza.
L’ingresso alla scuola primaria, a volte, coincide con il primo manifestarsi di problematiche emotive nel bambino con DSA, in quanto le difficoltà portano lo studente ad avere frequenti insuccessi a scuola.
Questo susseguirsi di risultati negativi, cui si aggiungono frequenti rimproveri, è spesso devastante:  il bambino si sente non bravo come gli altri, si percepisce inferiore ai compagni. Questa situazione lo porta a sentirsi colpevole, poco amato dagli altri. Tutto ciò mina la sua autostima, la sua visione del mondo e l’ansia da prestazione arriva a livelli altissimi. La letteratura scientifica mostra che i bambini affetti da Disturbo Specifico dell’Apprendimento, e da dislessia in particolare, sembrano essere maggiormente a rischio di sviluppare altri disturbi psicopatologici in comorbilità, come ansia e depressione .

L’ansia è il più frequente sintomo emotivo riportato nei dislessici:  recenti studi evidenziano la presenza di sintomi riconducibili all’ansia scolastica in circa il 70% dei bambini con difficoltà di apprendimento.  Si verifica perciò un circolo vizioso: elevati livelli di ansia durante lo svolgimento di un compito di matematica, così come durante la lettura di un brano interferiscono  con lo svolgimento del compito, con dirette implicazioni a livello di memoria di lavoro e peggioramento ulteriore della prestazione. Gli alunni in difficoltà tendono ad anticipare il fallimento e questo può provocare una forte agitazione e conseguenze psicologiche. La sintomatologia ansiosa sembra essere presente in particolare fra gli adolescenti. 

Anche la depressione è presente nei bambini e negli adolescenti con DSA, anche se per fortuna non è molto diffusa. I bambini con questo tipo di problematiche, sono ad alto rischio di provare intensi sentimenti di dolore e sofferenza. Inoltre, il basso rendimento scolastico potrebbe predisporre i bambini a diventare più isolati, ripiegati su di sé e con problemi di emarginazione, rispetto ai bambini senza difficoltà di apprendimento. Avendo una bassa autostima, tendono a non sfogare la loro rabbia verso l’esterno, ma a rivolgerla verso sè stessi. Il bambino depresso non dichiara la propria tristezza, ma può diventare più attivo e comportarsi male per mascherare i sentimenti di dolore, può non apparire chiaramente infelice. Un dato preoccupante ci viene fornito da alcuni recenti studi: i bambini che presentano un DSA sono più spesso degli altri coetanei vittime di atti di bullismo a scuola.

 

E in famiglia? Come vive il probema? Le reazioni dei genitori possono essere molteplici. Alcuni vivono la difficoltà del proprio figlio come una sconfitta personale e una delusione delle loro aspettative e, anziché sdrammatizzare e cercare di mantenere invariato il rapporto di amore e di serenità col bambino, tendono a scaricare si di lui le colpe, le tensioni e le insoddisfazioni. Altri invece riescono a fornire un sostegno adeguato e a rassicurare il figlio rassicurandolo. E’ bene sapere che il bimbo ha bisogno di essere accolto, sostenuto e soprattutto incoraggiato nell’affrontare il suo disagio. Per farlo è anche necessario non perdere tempo e affidarsi a professionisti qualificati in grado di trovare una soluzione adeguata al problema, una soluzione dunque che può contemplare diversi tipi di intervento:

dare strumenti pratici/ ausiliari durante lo studio e i compiti (esempio calcolatrice), ma anche ricevere supporto psicologico per gestire l’ansia o eventualmente la depressione e i problemi di autostima che nel frattempo emergono.

Un altro intervento da effettuare di grande aiuto ed importanza è rappresentato dalla diagnosi: il bambino, infatti, comprende che le sue difficoltà non derivano da una sua mancanza di intelligenza, bensì da una particolare conformazione del suo sistema neuro-cerebrale. Se è vero che l’arrivo della diagnosi del disturbo contribuisce a ridimensionare il problema, è altrettanto vero che non sempre basta a risolverlo completamente. Molti bambini, infatti, hanno resistenze nell’essere trattati diversamente dall’insegnante e nel dover ricorrere a strumenti diversi rispetto ai compagni. L’adulto, in questo caso, deve saper cogliere e gestire con competenza e sensibilità tale situazione, e soprattutto deve saper spiegare al bambino cos’è un DSA. Per farlo in modo appropriato:

  • si devono usare parole semplici chesiano in grado di far loro capire che le difficoltà non sono dovute a “limitazioni”, ma ad un disagio che per essere superato richiede l’utilizzo un “metodo di studio” differente da quello dei compagni
  • non bisogna far passare il messaggio che non si è affetti da una malattia, ma spiegare che si tratta di un piccolo problema nel leggere, nello scrivere e nel calcolo, e che, con l’ausilio di adeguati strumenti, potrà essere superato
  • è necessario e utile parlare di DSA anche con i bambini che non hanno questo problema; secondo una stima dell’Associazione Italiana Dislessia in ogni classe c’è almeno un bambino dislessico (non sempre diagnosticato). Per questa ragione è necessario educare i bambini al rispetto delle diversità e far apprendere che se il loro compagno non legge e non scrive bene, non è a causa della scarsa intelligenza.  

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