DISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE (DCA)

ANORESSIA, BULIMIA E DISTURBI DA ALIMENTAZIONE INCONTROLLATA

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Quando si parla di Disturbo del Comportamento Alimentare si fa riferimento comunemente ad una patologia di ordine psicologico e fisico che riguarda la gestione del rapporto con il cibo in relazione alla percezione della propria corporeità.

Il Nostro Centro prevede la presa in carico della Famiglia e degli adolescenti in difficoltà, che manifestano sintomi correlati ai disturbi dell’alimentazione.

 

Nella classificazione di questi disturbi rientrano tre categorie: anoressia nervosa, bulimia nervosa e disturbi da alimentazione incontrollata.

Quando prevale la condizione del rifiuto di mangiare con dimagrimenti eccessivi e mantenimento del peso molto al di sotto della norma, ci riferiamo alla condizione anoressica; quando invece vi è consumo di cibo smodato e disordinato, indipendentemente dalla percezione di fame, con sensazione di perdita di controllo, si parla di disturbi da alimentazione incontrollata e, se vi sono anche condotte di compensazione (vomito autoindotto, assunzione impropria di lassativi,…), di bulimia.

 

I dati epidemiologici riguardanti la popolazione italiana pubblicati dal ministero della salute risultano piuttosto preoccupanti. Secondo gli studi più accreditati (Preti et al., nell’ambito dello studio europeo ESEMeD, 2009 ), in Italia la prevalenza dei disturbi del comportamento alimentare è pari al 3,3%  in donne e uomini di età ≥18 anni; frequentemente l’esordio viene ricondotto all’età adolescenziale, tra i 15 e i 18 anni per quanto riguarda l’anoressia nervosa, ed anche in età precedente (13-15 anni) per quanto riguarda il disturbo da alimentazione incontrollata e la bulimia.

Alcuni studi (Brooks et al. 2012), suggeriscono una connessione tra i disturbi d’ansia ed i disturbi dell’umore in età pediatrica, e lo strutturarsi di un quadro DCA in età adolescenziale. Anche la letteratura riferita all’età adulta suggerisce una maggior frequenza dei Disturbi d’Ansia nei soggetti con DCA rispetto alla popolazione generale. Non c’è evidenza tuttavia che i Disturbi d’Ansia siano un fattore predisponente dei DCA.

Al centro degli studi sui fattori di rischio per lo sviluppo di un DCA, la psicologia pone fattori di origine socio-culturale, in primis l’ambire ad un ideale di bellezza legato alla magrezza, che si collega alla preoccupazione per il peso, per le diete e per la pratica sportiva eccessiva, e l’interiorizzazione di un’immagine corporea negativa.

I fattori “culturali” da soli non spiegano tuttavia l’incremento dei DCA nella popolazione.

A questo proposito, tra i fattori di rischio vanno considerati alcuni aspetti che derivano dalla storia familiare della persona: malattie psichiatriche nel circuito familiare, disturbi psicopatologici di ordine ansioso e depressivo, tendenza all’abuso di sostanze, obesità o semplicemente un modello educativo improntato su elevati livelli di perfezionismo o eccessive preoccupazioni riguardo al peso e alla forma fisica. Alcune ricerche   suggeriscono che vi siano anche fattori neuro-biologici individuali di vulnerabilità che possono predisporre alla strutturazione di un quadro DCA (Brooks et al., 2012). Diversi studi clinici hanno inoltre evidenziato la frequente associazione tra esperienze infantili avverse e adesione ad un modello di comportamento alimentare patologico: esperienze di abuso, di abbandono e traumi psicologici, rappresentano anch’essi fattori di rischio per lo sviluppo sia di disturbi mentali in generale, sia di DCA.

(fonte: consensus conferen

ce: Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) negli adolescenti e nei giovani adulti Istituto Superiore di Sanità Roma, 24-25 ottobre 2012).

In questa complessità, il trattamento psicoterapeutico che costituisce il fondamento della terapia per i pazienti con DCA, deve essere integrato, oltre che con il trattamento nutrizionale e talvolta farmacologico, anche con il percorso terapeutico familiare.

 

A fronte di questo scenario, è importante il riconoscimento del ruolo protettivo delle famiglie in adolescenza. Alcuni recenti studi (Hautala et al., 2011) mettono in evidenza come relazioni genitoriali positive prevengano l’insorgenza dei DCA, o ne possano favorire la remissione nelle forme ad esordio precoce.  Anche il rapporto padre-figlia svolge un ruolo importante: maggiore è il sostegno emotivo paterno nel favorire i valori di autonomia e indipendenza, migliore sembra essere la integrazione positiva della maturazione puberale.

Il bambino che durante l’infanzia ha potuto costruire nella sua mente una solida immagine del corpo, avrà in seguito minori difficoltà ad accettarsi: gli atteggiamenti che i genitori hanno avuto durante l’infanzia, si rivelano perciò determinanti.

 

Nella società moderna, il corpo rappresenta un veicolo importantissimo per l’autoaffermazione, la fiducia in se stessi, l’autostima, il senso di autoefficacia e, specie in età adolescenziale, per la costruzione di un’identità.

In adolescenza il corpo si modifica, in special modo nelle sue manifestazioni puberali, e le spinte pulsionali si intensificano; tra le molte richieste di questo periodo di vita, la più difficile è proprio quella di integrare nella propria mente l’immagine di un corpo che cambia rapidamente, in modo confuso e disarmonico. Spesso si crea un conflitto fra l’immagine di sé vista allo specchio e l’immagine idealizzata portata dentro.  Abbandonare il corpo dell’infanzia, bello e perfetto, per abituarsi ad un corpo sconosciuto e “traditore” da giovane uomo o da giovane donna, è un compito che richiede una maturazione psichica complessa. Anche quando tutto si svolge nel migliore dei modi, non mancano ansie su queste trasformazioni; varie sono le modalità messe in atto da un adolescente, dietro un’apparente superficialità, per far fronte al disagio. Basti pensare ad esempio, a quante ore una ragazza può trascorrere davanti allo specchio, a truccarsi e cambiare d’abito e a come ciò possa rappresentare nel profondo, più che un elemento di vanità, un modo per cercare di conoscersi e “ri-conoscersi” nella nuova immagine.

Quando l’immagine del proprio corpo non viene percepita come congruente al proprio mondo interno (come quando un corpo da donna si affaccia allo specchio di una giovanissima adolescente, ancora bambina nella sua stessa percezione…), la difficoltà di integrare corpo e psiche può dar luogo ad un disagio che agìto sul corpo prende varie forme. Il desiderio di controllare un corpo che non obbedisce alla propria immagine mentale, che non è percepito come adeguato ai propri schemi, autentici o non autentici che siano, si traduce talvolta patologicamente nella necessità di vuotare, deformare, sfigurare il corpo stesso.

Provare ad illudersi di poter evitare che le forme da donna prendano il sopravvento sottoponendosi a diete ristrettissime, o trattare il proprio corpo come un sacco da riempire a dismisura, senza rispetto per il proprio sentire, sono condotte che danno l’idea di poter controllare l’inarrestabile procedere della crescita, ed hanno in comune il disamore per il proprio corpo e l’ansia di affrontare la propria vita.

In questo scenario, il sentimento prevalente è l’angoscia, e la scelta meno dolorosa spesso è rappresentata dalla vacuità affettiva, ovvero lo svuotamento dai significati emotivi del proprio vivere. Il pensiero ricorrente ossessivo sul cibo e sulle condotte ad esso legate, distoglie dal disagio emotivo (ciò vale in adolescenza ma anche in altri periodi di vita) e offre una alternativa, benchè patologica, più rassicurante.

 

Tale condizione veicola vissuti affettivi che hanno forti ripercussioni relazionali; l’impossibilità di amare il proprio corpo porta con sé inevitabilmente il sentimento di non essere degni dell’amore degli altri: la paura di non essere amati. Ciò sposta il focus delle relazioni (amicali, amorose, familiari), sulla necessità di rinnovare costantemente la conferma della benevolenza dell’altro su di sè.

L’angoscia, il forte senso di inadeguatezza e l’insicurezza rendono vitale il bisogno affettivo di un Altro accudente, da mantenere legato a sé con tutte le forze, anche talvolta attraverso modalità manipolatorie, che depauperano la relazione del suo valore di reciprocità. Questa modalità di distorsione nella relazione conduce talvolta all’isolamento e al distacco, in un circuito che sembra destinato a rinnovarsi.

La difesa contro questo vortice, o la cura, da un punto di vista psicoterapeutico passa attraverso l’accettazione di sé e la percezione di essere amati e, soprattutto, amabili, degni d’amore. Il sentimento di essere amati placa l’angoscia, l’insicurezza e il senso di inadeguatezza e rende l’immagine di sé amabile in quanto degna del bene dell’Altro.

 

La riflessione su questi elementi, possa essere per i lettori interessati punto di partenza e punto di svolta nella alleanza di aiuto e di auto-aiuto verso questi disturbi.

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