CHI SONO I GENITORI “SPAZZANEVE”?

Si sono appropriati di ogni nostro gesto
hanno gli stessi occhi,
la stessa inclinazione a contar storie
magari un viso somigliante
soffrono come noi dell’ingiustizia.
Vivono in un mondo di case rimpicciolite
castelli spaziosi ed alte torri
circondati da fantasmi con nomi misteriosi.
Parlano una segreta lingua di uccelli e di burattini.
In genere ci ignorano.
La nostra vendetta consiste
nel guidar le loro vite e obbligarli a copiare segrete frustrazioni,
ma ogni notte, liberi, ci uccidono nei sogni.
Inoltre si ammalano, pure, e
hanno ancora bisogno di noi.
Ci conquistano con piccole parole
e praticano la magia tenacemente.
Eppure niente potrà impedire
che sui loro corpi il dolore si accanisca,
che commettano errori e che crescano.
(Horacio Salas)

Il termine “genitori spazzaneve” è stato coniato nei paesi anglofoni e indica il comportamento di un numero sempre maggiore di padri e madri che cercano a ogni costo di “ripulire” il percorso di vita dei propri figli da ogni eventuale ostacolo che lo possa minacciare; la convinzione alla base di questo comportamento è che così facendo ne possano facilitare la crescita e lo sviluppo dell’autostima. Sebbene il termine sia, come anticipato, inglese, è un fenomeno sempre più diffuso, anche in Italia, basti pensare al numero crescente di genitori che ogni giorno si reca a scuola arrivando a giustificare i figli, mentire e, talvolta, anche minacciare gli insegnanti per proteggere i figli da una qualsivoglia punizione. I “genitori spazzaneve”, dunque, si mettono in gioco in prima persona nella vita dei loro figli, senza limitarsi a stare al loro fianco ma precedendoli in ogni momento. La tendenza dei genitori a intromettersi nella vita del figlio per evitarne qualsiasi difficoltà, però, li rende impreparati ad affrontare eventuali insuccessi dei figli e, d’altra parte, impedisce anche ai figli di far fronte ai propri fallimenti. Per evitare di gestire ciò, come soluzione i genitori sembrano quasi rifiutare il ruolo di educatori e si occupano unicamente di semplificare loro tutto.

Le possibili cause alla base di tali comportamenti

Le origini di un comportamento così estremo sono senza dubbio da collocarsi nel contesto culturale moderno, caratterizzato da ideali sempre più ego-centrati quali l’inaccettabilità degli errori e dei fallimenti, la non contemplazione dell’invecchiamento e della lentezza, l’impossibilità della non competitività, del non giudizio e dell’imperfezione. Sicuramente la crisi economica ricopre un ruolo fondamentale nello stabilirsi di questi valori proprio perché la mancanza di posti di lavoro ha ridotto le scelte professionali e ha trasmesso un senso di instabilità riguardo al futuro. Dunque non è così difficile cercare di comprendere il perché di questo atteggiamento iperprotettivo; ciò che però vogliamo evidenziare è quali possano essere le dannose conseguenze di tale comportamento.

Quali sono i danni per i figli?

Ciò che forse sfugge a questi genitori, infatti, è che la loro esasperante apprensività finisce col trasmettere un senso di enorme fragilità ai figli; tali genitori trasmettono ai propri figli da una parte il senso di incapacità nel gestire ciò che li riguarda e dall’altra l’idea che chi sbaglia sia un fallito: in tal modo i figli vengono necessariamente spinti alla competitività piuttosto che alla realizzazione del sé. Con questo non si vuole dire che la preoccupazione per i figli non sia un aspetto più che legittimo della vita dei genitori ma, come anticipato, si vuole aiutare i genitori ad aprire gli occhi e a comprendere quanto questo comportamento possa risultare nocivo proprio per i figli. Infatti, il principale rischio in cui possono imbattersi questi genitori è quello di finire col sostituirsi ai figli stessi, interferendo nel processo di ricerca di soluzioni adeguate alla propria vita e al proprio percorso. Inoltre, questa attitudine ad allontanare i figli da sentimenti dolorosi e frustranti finisce col portare al non sviluppo dell’immunità psicologica; il meccanismo alla base di tale concetto è del tutto simile a quello del sistema immunitario: se la nostra psiche non viene esposta ad agenti patogeni non imparerà mai a reagire a fronte di successivi attacchi di differente entità. Bisogna sottolineare, inoltre, che da genitori iperprotettivi spesso si sviluppano bambini e poi ragazzi che appaiono paralizzati nella propria vita, quasi incapaci di prendere qualsiasi decisione che li riguardi, anche la più semplice: non studiano, non lavorano e non sono in grado di mettersi in gioco. Anche deresponsabilizzare continuamente i figli risulta essere un comportamento nocivo poiché questo alimenta in loro lo sviluppo di atteggiamenti poco empatici e non li aiuta a comprendere le conseguenze (positive o negative) delle proprie azioni. Da aggiungere vi è anche la negatività che ricopre il far sperimentare ai figli solamente gli aspetti positivi di un’esperienza: accade molto spesso che i bambini/ragazzi non siano in grado di apprezzare a fondo un successo poiché non colgono la fatica sperimentata nell’ottenerlo. È giusto che ogni persona impari a valutare autonomamente i benefici e i costi di ogni scelta che compie. Infine, al contrario di quanto si possa pensare, facilitare la vita dei propri figli finisce spesso con il creare in loro stati d’animo negativi, quali l’infelicità, l’agitazione, l’ansia e l’insicurezza, dovuti alla percezione dell’incapacità di gestione della propria vita e al continuo clima di competitività che, qualora non sfoci in un successo, comporta necessariamente un vissuto di inferiorità.

Quello che i “genitori spazzaneve” trasmettono ai propri figli è l’aspettativa di una vita caratterizzata da costante felicità e dalla necessità di evitare con ogni forza qualsiasi fallimento (scolastico, lavorativo, amoroso), disabituandoli proprio a gestire in autonomia un fallimento e tutte le emozioni spiacevoli ad esso connesse. Ciò che non comprendono questi genitori è che, per quanto nessuno voglia vedere soffrire i propri figli, impedir loro di conoscere anche la sofferenza alimenta l’idea inconsapevole che tale emozione sia ingestibile e, d’altra parte, che i fallimenti siano inaccettabili. Ciò che risulta più grave è che così facendo i genitori non permettono al figlio di deludere le proprie aspettative e, di conseguenza, non ne riconoscono il diritto di esistere come persona differente da loro.

Il ruolo genitoriale: educare alla vita

Il ruolo di genitore è senza dubbio uno dei ruoli più complicati che ci siano però si fonda su alcuni cardini principali: risultare i punti di riferimento dei propri figli, accompagnandoli nelle difficoltà ma senza sostituirsi loro, permettendo che si responsabilizzino grazie ai propri errori anche attraverso le proprie esperienze. Un ruolo fondamentale nella vita di ogni soggetto è ricoperto dalla sua resilienza, un’abilità che dev’essere acquisita nel contesto di crescita grazie ai propri genitori, all’interno di un ambiente caratterizzato da fiducia e incoraggiamento. La resilienza è la capacità di far fronte a eventi traumatici o stressanti e di riorganizzare positivamente la propria vita.

Sebbene parte dello scopo di questa rubrica sia quello di mostrare alcuni atteggiamenti che ognuno può compiere in buona fede ma che a lungo andare possono risultare dannosi per noi e/o per gli altri, l’altra parte è quella di offrire un piccolo contributo nell’aiutarvi ad affrontare al meglio queste difficoltà; per questo motivo ci riproponiamo di riportarvi in seguito alcuni semplici consigli:

  • Il ruolo primario del genitore, come anticipato, dev’essere quello di educatore; per svolgerlo al meglio è importante “educare” il figlio all’indipendenza. Sebbene insegnargli a fare tutto in autonomia possa risultare un processo più lento e complicato è senza dubbio quello che offre un risultato migliore a lungo termine. Mettere il proprio figlio in condizione di cavarsela, di arrangiarsi e fare tutto da solo gli permetteremo di sentirsi più sicuro in merito alle sue capacità e di essere responsabile. Ecco perché è importante, ad esempio, insegnare ai figli a mangiare piuttosto che imboccarli, insegnare ad allacciarsi le scarpe piuttosto che farlo al posto loro, etc.
  • L’età dei nostri figli può essere un buon indice per decidere ciò che devono/possono fare ma non dev’essere un limite; infatti è importante che le attività che proponiamo ai nostri figli siano basate anche sulla loro età ma non solamente in funzione di essa. Esistono anche le capacità personali che variano di bimbo in bimbo e che devono essere tenute in conto. È necessario, dunque, non utilizzare l’età di un bambino come una giustificazione a fronte di un comportamento (es. non apparecchiare): i compiti proposti ai figli devono essere adatti a loro ma non bisogna confondere e legittimare la pigrizia con l’età.
  • Gli interventi dei genitori si devono ridurre al minimo per permettere ai figli di esprimersi nelle proprie attività (ovviamente nei limiti del possibile e dell’accettabile). Bisogna trasmettere ai propri figli il rispetto e permettere loro di comprendere in autonomia i propri errori ed intervenire solamente per aiutarlo nell’autocorrezione. Il comportamento dell’adulto, dunque, dev’essere quello di stare al loro fianco a incoraggiarli, anche a fronte di errori, e non quello di limitarsi a correggerli.

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